GIORNATA DELLE MALATTIE RARE 2026
Accendiamo i riflettori sull’accesso alle terapie e ai trattamenti anche non farmacologici per tutte le persone con malattia rara. La speranza di un futuro dove ogni individuo possa accedere alle cure di cui ha bisogno, senza ostacoli, perché diritto alla cura è diritto a una vita piena. Perché dietro ogni malattia rara c'è una persona che ha il diritto di costruire il proprio percorso di vita, guardando avanti con speranza e dignità.
LE MALATTIE RARE: DALLA DIAGNOSI ALLA CURA – II Edizione
Chieti, 13 dicembre 2025 Auditorium del Rettorato, Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti–PescaraVia dei Vestini, 31 – 66100 Chieti L’evento è accreditato nel Programma Nazionale di Educazione Continua in Medicina […]
Malattie Rare e Anomalie Vascolari – Servizi sul territorio
A cura della Fondazione Alessandra Bisceglia ViVa Ale ETSCastello Marchesale, Palazzo San Gervasio (PZ) – 16 gennaio 2026, ore 17:00 Il 16 gennaio 2026, presso il Castello Marchesale di Palazzo […]
Move4Rare – Sport, Ricerca, Comunità
A cura di ACAR APSVilla Pamphili, Roma – 7 febbraio 2026, ore 10:00 Il 7 febbraio 2026, a Villa Pamphili, Roma, si terrà “Move4Rare – Sport, Ricerca, Comunità”, un evento […]
UNIAMOci con lo sport!
A cura di Giulia Ferretti e squadra Basket Don Bosco LivornoPala Sport Bruno Macchia, Livorno – 8 febbraio 2026, ore 14:00 L’8 febbraio 2026 il Pala Sport Bruno Macchia di […]
#UNIAMOLEFORZE PERCHÉ NESSUNO SI SENTA SOLO

LINEE GUIDA PER L'ORGANIZZAZIONE DI EVENTI
Per Giornata delle Malattie Rare 2026 UNIAMO fa una chiamata alla partecipazione con l’obiettivo di coordinare lungo tutto il mese di febbraio eventi a tema “Persone con malattia rara e Trattamenti, anche non farmacologici".

SEGNALA IL TUO EVENTO
Per partecipare al Mese delle Malattie Rare con un proprio evento, è necessario compilare l’apposito form. Se la richiesta di materiale promozionale per informare e sensibilizzare arriva entro il 30 novembre, UNIAMO si occuperà di inviarlo gratuitamente.

CAMPAGNA SOCIAL
Scarica il materiale grafico e condividilo sui social, illumina la tua casa e dipingiti la faccia e le mani con i colori della Giornata della Malattie Rare... #UNIAMOleforze e facciamo rumore intorno alle malattie rare!

KIT PER LA SCUOLA
Sei un insegnante o un genitore di un bambino con malattia rara? Conosci una famiglia che ha difficoltà di inclusione scolastica? Scarica il materiale e aiutaci a sensibilizzare, perché la piena inclusione comincia dai banchi di scuola.
Vite Rare
Caterina
Vite Rare
Condivido un frammento importate della mia storia, perché credo possa fare la differenza per chi sta ancora cercando risposte. Il 18 Luglio ho ricevuto il certificato di diagnosi: Sindrome di Ehlers-Danlos, tipo ipermobile, in attesa di una rivalutazione generale dei sottotipi nel 2026.
Le EDS sono un insieme di patologie genetiche rare multisistemiche che interessano il tessuto connettivo, quel sistema che tiene insieme e sostiene il corpo. Nel mio caso si traducono in ipermobilità articolare, dolori cronici di natura muscolo-scheletrica, neurologica, problemi gastrointestinali, debolezza diffusa e tanti sintomi che, per anni, sembravano scollegati tra di loro.
Ricevere questa diagnosi dopo un anno e due settimane (burocratiche) di ricerche per sospetto diagnostico è stato, seppur sul momento estremamente snervante, un sollievo. E’ un tempo lunghissimo, ma allo stesso tempo breve, se penso che ci sono persone che aspettano molto di più: la vicinanza tra Bergamo e Milano (dove sono seguita) ha contribuito ad accelerare i tempi per le visite.
Dopo aver ricevuto l’ultima conferma genetica che aspettavo, a fine Giugno, tornando a casa da Milano ho alternato momenti di realizzazione e pianto durati tutto il pomeriggio. In quelle lacrime c’era tutto: gli anni di frustrazione, di dubbi e dolore ignorato accumulato nel tempo, prima che il mio (al tempo, nuovo) ortopedico vedesse il quadro intero, dopo che per ben 25 anni i pezzi erano rimasti sparsi.
Sì, ho 25 anni di ritardo diagnostico. E parlo di ritardo perché in tutto questo tempo ho affrontato quattro interventi alle anche (il primo a poche settimane di vita), tre ai piedi, un’infezione cardiaca (pericardite), tonsilliti croniche (di cui 13 in un anno tra il 2021 ed il 2022) e persino altre dopo l’asportazione delle tonsille, ed a nessuno è venuto in mente che ci fosse un collegamento tra queste cose. A questo si sono aggiunte una neuropatia cicatriziale evoluta in periferica, cisti ossee, artrosi alle anche e alle mani, osteopenia, ipogammaglobulinemia e neutropenia.
Inutile dire che, purtroppo, non sono mancati gli errori medici, le terapie farmacologiche continue, le parole sbagliate, né la violenza ospedaliera in contesti in cui mi sarei dovuta sentire al sicuro. Ma un anno fa, qualcuno ha finalmente ascoltato davvero.
C’è un’analogia interessante nel linguaggio medichese: “se senti un rumore di zoccoli, pensa ad un cavallo, non ad una zebra”. Questa riflessione si riferisce alla situazione cin cui un medico si trova di fronte ad un paziente con dei sintomi. Al medico, spesso, viene insegnato di concentrarsi subito sulle malattie rare o complesse (le zebre), perché è più probabile che si tratti di una malattia più comune (il cavallo).
Ecco dopo 25 anni, da qualche giorno posso gridare al mondo di essere una zebra.
Come sto? E’ difficile riuscire a spiegarlo in parole povere: mi sento tanto stanca e altrettanto piena di vita, consapevole e finalmente pronta ad abbracciare ogni passata versione di me stessa (la Cat bambina ne ha estremo bisogno) e anche quelle che verranno. La mia storia continua, ma per la prima volta ha un nome e una nuova direzione.
Angela
Vite Rare
Avevo 9 anni quando smisi di respirare, le ginocchia cedettero e svenni. Mi trovavo in montagna, lontana da qualsiasi ospedale. Tornata a casa, iniziarono i primi accertamenti: allergie, asma… ma era un’asma “strana”. Da bambina avevo sempre tosse, soprattutto notturna. Ero stanca, con emicranie frequenti e la paura costante di addormentarmi e soffocare.
Al liceo cominciai anche a perdere la voce, diventavo afona per giorni interi. Poi arrivò il singhiozzo, molto frequente e forte, e infine il dolore: fitte al petto simili a un infarto, spesso durante la notte o l’attività fisica. La vista si offuscava, mi sentivo svenire. Arrivai a non riuscire nemmeno ad alzarmi: la nausea era costante e dicevo che il cibo mi faceva sentire peggio.
Cercavo disperatamente aiuto, ma nessun medico sembrava prendere a cuore il mio caso e quando decisero che era “ansia”, persi completamente la speranza che l’aiuto sarebbe arrivato con questo metodo.
Cominciai a cercare ogni giorno su internet e decisi di iscrivermi all’università di infermieristica. Fu lì che, durante una lezione, sbiancai e capii di avere l’ACALASIA. Ogni fibra del mio essere rifiutò la verità ed entrai in negazione. Non volevo avere una malattia rara e incurabile. Dopo 13 anni di sofferenza, a 22 anni la realtà mi costrinse ad affrontarla. Le polmoniti erano diventate troppo frequenti e gravi.. L’esofago mi era morto del tutto, avevo perso 11kg, non respiravo, svenivo e mi portarono in pronto soccorso. L’esofago era completamente dilatato e mi confermarono che avevo ragione. Grazie ad una dieta disfagica creata da me, avevo rimandato a lungo l’operazione chirurgica palliativa che mi aspettava, ma era arrivato il momento di affidarmi ad un chirurgo. Individuai il più bravo e mi sottoposi alla Heller-Dor. Appena mi fermai a fare i conti con la malattia, caddi in depressione e dovetti iniziare un percorso di psicoterapia. Ora la maggior parte delle volte riesco a mangiare qualcosa, anche se i sintomi persistono.
Durante la pandemia, nessuno voleva assumere un’infermiera con problemi respiratori. Così mi iscrissi ad un master e poi alla magistrale in Scienze Infermieristiche. Attualmente sono docente di etica per infermieri e mi occupo di divulgazione sull’acalasia.
Il mio obiettivo? Evitare che un altro bambino (o adulto) affronti un ritardo diagnostico di 13 anni.
Luca
Vite Rare
La nostra storia inizia in una giorno qualunque di novembre quando il sorriso di Luca illuminava ogni angolo della nostra casa. Luca, il nostro bimbo di un anno e mezzo, era un concentrato di energia e curiosità, sempre pronto a correre e scoprire il mondo con quegli occhioni vispi. Ogni genitore sa quanto sia travolgente l’amore per un figlio, e noi non facevamo eccezione. Lui era il nostro sole, la nostra forza, sempre con quella risata contagiosa che ci faceva dimenticare ogni preoccupazione.
Poi, all’improvviso, tutto è cambiato. Una sera, Luca si è fermato. Prima una zoppia improvvisa, poi la febbre, altissima e resistente a qualsiasi terapia. Sembrava quasi bloccato, non riusciva più a camminare. Il panico ci ha colpiti subito. Il pediatra di famiglia ci ha guardato con preoccupazione e ci ha consigliato quello che nessun genitore vorrebbe mai sentire: “Portatelo subito in ospedale.”
Da quel momento, è iniziato il nostro viaggio nell’incertezza e nella paura. Luca è stato ricoverato, e da lì è cominciato il lungo percorso di esami, uno dopo l’altro, senza che nessuno riuscisse a capire cosa stesse accadendo. Le notti in ospedale erano interminabili, con mia moglie sempre accanto a lui, mentre io correvo su e giù tra casa e l’ospedale, cercando di sostenere entrambi. Il nostro piccolo Luca, nonostante la sofferenza visibile sul suo volto, non ha mai perso quel sorriso, il suo segno distintivo, come un faro di speranza in mezzo a una tempesta.
I giorni passavano lenti, senza risposte. I medici avanzavano ipotesi, ma nessuna spiegazione era certa. Ogni nuovo esame sembrava più invasivo del precedente, e ogni giorno la nostra ansia cresceva. Luca stava soffrendo: i suoi movimenti erano limitati, ogni articolazione sembrava bloccata, e le sue piccole gambe non lo sostenevano più. Guardare mio figlio immobile, con la flebo attaccata al braccio, era straziante.
Mia moglie cercava di mantenere la forza, ma spesso la trovavo in lacrime, affranta dall’impotenza di non poter alleviare il dolore di Luca. Io mi aggrappavo al suo sorriso, cercando di farmi coraggio, ma ogni giorno che passava sentivo il peso della paura crescere sempre di più.
Poi, dopo un mese di angoscia, è arrivata la risposta che aspettavamo, anche se nessuno di noi era pronto a sentirla. La diagnosi è stata devastante: artrite idiopatica giovanile a forma sistemica, una malattia rara che colpisce solo un bambino su 100.000. Non esiste una cura definitiva, non esiste una causa certa. Per noi, è stato come cadere in un baratro.
Ma proprio quando sembrava che tutto stesse crollando, è arrivata una piccola luce. La dottoressa di Luca, con dolcezza e fermezza, ci ha parlato di una nuova terapia sperimentale. Non prometteva miracoli, ma offriva speranza, una possibilità di miglioramento. Abbiamo deciso di affidarci a questa nuova cura, anche se le incertezze erano tante. La fiducia in quel momento era l’unica ancora a cui potevamo aggrapparci.
Dopo appena tre giorni dall’inizio della nuova terapia, abbiamo iniziato a vedere i primi segni di miglioramento. Luca sorrideva di più, riusciva a muoversi un po’ meglio, e finalmente, dopo settimane di immobilità, ha provato ad alzarsi. È stato un piccolo passo, ma per noi è stato gigantesco. Era dicembre, il Natale si avvicinava, e l’unico regalo che desideravamo era riaverlo a casa, sano e felice.
Ogni giorno che passava, Luca recuperava un po’ di più. Gli esami iniziavano a dare risultati positivi, e i medici, con cautela, ci hanno detto che potevamo sperare. Pochi giorni prima di Natale, Luca è stato dimesso dall’ospedale. Portarlo a casa, vedere il suo viso illuminarsi alla vista dell’albero di Natale che avevo preparato per lui e mia moglie, è stato il momento più felice della nostra vita. Dopo settimane di paura e sofferenza, eravamo di nuovo insieme, pronti a ricominciare.
Ma il nostro viaggio non era finito. Anche se Luca era tornato a casa, la sua battaglia con l’artrite era solo all’inizio. La terapia doveva continuare ogni giorno, con controlli costanti per monitorare la malattia. Ci sono stati momenti difficili, alcune ricadute che ci hanno fatto temere il peggio, ma abbiamo imparato a convivere con questa realtà. Ogni passo avanti era una vittoria, ogni giorno senza dolore era un dono.
Oggi Luca ha quattro anni. Continua la sua terapia quotidiana, e anche se la sua malattia non è scomparsa, è sotto controllo. Abbiamo imparato ad affrontare ogni sfida con la forza che Luca ci ha insegnato. Il suo sorriso, quel sorriso che non lo ha mai abbandonato, è diventato il nostro simbolo di speranza.
Questa storia non è solo la nostra. È la storia di tutte le famiglie che vivono con una malattia rara, che combattono ogni giorno contro qualcosa di sconosciuto. È una storia che parla di coraggio, di forza, e di speranza. La scienza ci ha dato una possibilità, e noi abbiamo imparato che condividere queste esperienze ci rende meno soli. Raccontare la storia di Luca significa dare voce a chi vive nell’incertezza, ma che trova la forza di andare avanti, giorno dopo giorno.
Questa è la nostra storia, una storia rara, come Luca. Ma una storia che, grazie alla scienza e all’amore, ha trovato una via verso la speranza.
Alberto
Vite Rare
La mia esperienza con la Malattia di Fabry. Mi chiamo Alberto Franchin ho 19 anni e lavoro nel settore alberghiero. Fin da piccolo ho imparato a convivere con una malattia genetica rara, la Malattia di Fabry, che mi è stata diagnosticata quando avevo 4 anni. Nel corso del tempo ho affrontato diverse sfide, ma ho sempre cercato di non lasciare che questa condizione definisse chi sono o ciò che posso fare. La Malattia di Fabry è una patologia genetica rara causata da un’anomalia nel metabolismo di alcuni lipidi, che si accumulano progressivamente in vari organi, come il cuore, i reni e il sistema nervoso. Ogni persona colpita può manifestare la malattia in modo diverso, e nel mio caso, la sfida più grande è stata durante l’adolescenza, quando mi rendevo conto che non riuscivo a sostenere lo stesso sforzo fisico dei miei coetanei. Oggi, grazie a una terapia più adatta a me, la mia qualità di vita è migliorata. Devo sottopormi a un trattamento ogni 15 giorni, ma è ormai parte della mia routine e non mi impedisce di vivere la mia quotidianità. Se c’è un messaggio che voglio condividere, è che una malattia genetica non deve essere vista come un limite assoluto. Ci saranno momenti difficili, ma con il giusto atteggiamento si può affrontare qualsiasi ostacolo. Non bisogna farsi abbattere, perché la vita ha molto da offrire, e guardare avanti con positività fa davvero la differenza.
Fai una donazione e ricevi la maglietta o lo zaino con il logo della Giornata Mondiale delle Malattie Rare.
Con una donazione minima di €35,00 hai diritto al Kit Sorpresa del #RareDiseaseDay!
Come donare: Scegli quanto donare, inserisci i dati della tua carta, in seguito ti arriverà una mail dove potrai specificare taglia e indirizzo di recapito!
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